News | 20 Ottobre 2026

Intervento chirurgico e reflusso gastroesofageo: aiuta a migliorare anche il reflusso laringofaringeo? L’opinione dell’otorinolaringoiatria

Intervento chirurgico e reflusso gastroesofageo: aiuta a migliorare anche il reflusso laringofaringeo? L’opinione dell’otorinolaringoiatria

BARI, OTTOBRE 2026 – Quando il reflusso gastroesofageo diventa persistente, provoca rigurgito frequente o non risponde adeguatamente ai trattamenti, alcuni pazienti si chiedono se possa essere presa in considerazione una soluzione chirurgica. Ma che cosa succede quando, oltre ai disturbi digestivi, sono presenti anche raucedine, tosse cronica, sensazione di nodo alla gola o necessità continua di schiarire la voce? L’intervento chirurgico per il reflusso gastroesofageo può risolvere anche il reflusso laringofaringeo?

La risposta è: in alcuni pazienti sì, ma non è possibile garantire che i sintomi della gola scompaiano dopo l’intervento. Il reflusso gastroesofageo (GERD) è una condizione nella quale il contenuto dello stomaco risale nell’esofago, provocando sintomi come bruciore retrosternale e rigurgito. Il reflusso laringofaringeo (LPR), invece, viene preso in considerazione quando il reflusso è sospettato di contribuire a disturbi che interessano le strutture più alte delle vie aero-digestive, come faringe e laringe.

La relazione tra queste due condizioni è complessa. Non tutti i pazienti con reflusso gastroesofageo sviluppano sintomi laringei e non tutte le persone con raucedine, tosse o sensazione di corpo estraneo in gola soffrono realmente di reflusso. La chirurgia antireflusso agisce principalmente sulla barriera che separa lo stomaco dall’esofago, con l’obiettivo di ridurre la risalita del contenuto gastrico. Non interviene direttamente sulle corde vocali, sulla sensibilità laringea o su altre possibili cause dei disturbi della gola.

Esistono diverse procedure, dalla fundoplicatio laparoscopica all’aumento magnetico dello sfintere esofageo, fino ad alcune tecniche endoscopiche selezionate. La scelta dipende dalle caratteristiche del paziente, dalla presenza di un’ernia iatale, dai risultati degli accertamenti e dalla documentazione oggettiva del reflusso.

Per chi si rivolge a un otorinolaringoiatra a Bari per sintomi persistenti della gola, comprendere questi aspetti è fondamentale per evitare aspettative irrealistiche e individuare il percorso diagnostico più appropriato. Vediamo quindi, attraverso alcune domande e risposte, quando la chirurgia può essere utile e quali risultati è ragionevole aspettarsi.

1. Che cosa significa fare un intervento chirurgico per migliorare il reflusso gastroesofageo?

La chirurgia antireflusso ha l’obiettivo di migliorare il funzionamento della barriera anatomica che impedisce al contenuto gastrico di risalire nell’esofago. Normalmente, lo sfintere esofageo inferiore, insieme al diaframma e ad altri elementi anatomici, contribuisce a mantenere questa barriera. Quando il suo funzionamento è compromesso, il contenuto gastrico può risalire più facilmente.

L’intervento può essere preso in considerazione quando la malattia da reflusso è documentata e provoca disturbi importanti, quando è presente un’ernia iatale rilevante oppure quando il rigurgito persiste nonostante una gestione medica appropriata. La chirurgia non è indicata automaticamente per tutti i pazienti con bruciore di stomaco o sintomi alla gola.

Prima di procedere, è importante verificare che il reflusso sia realmente presente e che sia ragionevolmente responsabile dei disturbi che si desidera trattare.

Le linee guida dell’American College of Gastroenterology considerano la chirurgia antireflusso un’opzione per pazienti selezionati con reflusso gastroesofageo documentato, soprattutto in presenza di esofagite severa, ernia iatale importante o sintomi persistenti e fastidiosi.

2. Quali sono i principali interventi per il reflusso gastroesofageo?

Esistono diverse procedure, che non sono equivalenti tra loro e non sono adatte a tutti i pazienti.

  1. Fundoplicatio secondo Nissen: è una delle procedure antireflusso più conosciute. Il chirurgo avvolge il fondo dello stomaco attorno alla porzione terminale dell’esofago, creando una barriera che contrasta la risalita del contenuto gastrico. Viene generalmente eseguita per via laparoscopica. In presenza di un’ernia iatale, può essere associata alla riparazione dell’ernia stessa.
  2. Fundoplicatio parziale, come quella secondo Toupet: prevede un avvolgimento parziale dello stomaco attorno all’esofago. In pazienti selezionati può offrire un compromesso tra controllo del reflusso e riduzione del rischio di alcuni disturbi postoperatori, come la difficoltà a deglutire. La scelta tra fundoplicatio totale e parziale dipende anche dalla motilità esofagea e dalle caratteristiche individuali.
  3. Aumento magnetico dello sfintere esofageo (MSA, sistema LINX): consiste nell’applicazione, attorno alla parte terminale dell’esofago, di un dispositivo costituito da elementi magnetici collegati tra loro. Il dispositivo aiuta a mantenere la barriera antireflusso, consentendo normalmente il passaggio del cibo durante la deglutizione. È un’opzione per pazienti selezionati, dopo aver verificato la presenza di reflusso gastroesofageo e valutato la motilità esofagea e le eventuali controindicazioni.
  4. Procedure endoscopiche, come la TIF: la fundoplicatio transorale senza incisioni (TIF) viene eseguita attraverso la bocca con strumenti endoscopici, per ricostruire una barriera antireflusso. Può essere considerata in pazienti selezionati con caratteristiche anatomiche compatibili. Non è indicata in ogni forma di reflusso e la presenza di un’ernia iatale importante può limitarne l’applicabilità.
  5. Chirurgia bariatrica con bypass gastrico Roux-en-Y: in alcuni pazienti con obesità che necessitano di un intervento bariatrico, il bypass gastrico può rappresentare un’opzione per trattare anche il reflusso. Si tratta, tuttavia, di una procedura con finalità e conseguenze più ampie, da valutare in un percorso specialistico dedicato.

Come è possibile capire, esistono diversi tipi di tecniche e la scelta non dipende soltanto dalla gravità dei sintomi, ma dalla combinazione di diagnosi, anatomia, motilità esofagea, condizioni generali e obiettivi del trattamento.

3. La fundoplicatio secondo Nissen risolve il reflusso laringofaringeo?

Può migliorare i sintomi laringofaringei in alcuni pazienti, ma il risultato è meno prevedibile rispetto al controllo dei sintomi tipici del reflusso gastroesofageo.

La fundoplicatio mira a ridurre la risalita del contenuto gastrico nell’esofago. Se i sintomi della gola dipendono realmente dal reflusso e migliorano quando questo viene controllato, è possibile che anche raucedine, tosse o sensazione di nodo alla gola diminuiscano. Tuttavia, i sintomi laringofaringei possono persistere anche dopo un intervento tecnicamente riuscito.

Una revisione sistematica pubblicata su una rivista importante di otorinolaringoiatria pochi anni fa ha esaminato ben 34 studi comprendenti 2.190 pazienti sottoposti a fundoplicatio per sospetto reflusso laringofaringeo. Gli autori hanno riportato miglioramenti dei sintomi in molti pazienti, ma hanno evidenziato una notevole eterogeneità degli studi e limiti metodologici che non consentono di stabilire con certezza l’efficacia dell’intervento sul reflusso laringo-faringeo.

Questo significa che i risultati favorevoli osservati in alcuni studi non possono essere trasformati in una promessa valida per ogni paziente. L’obiettivo principale dell’intervento rimane il controllo del reflusso gastroesofageo documentato; il miglioramento dei sintomi laringofaringei è un possibile beneficio aggiuntivo, non un risultato garantito.

4. Perché i sintomi della gola causati dal reflusso laringo-faringeo possono persistere anche dopo un intervento chirurgico ben riuscito sul reflusso gastro-esofageo?

Perché non tutti i sintomi attribuiti al reflusso dipendono esclusivamente dalla risalita del contenuto gastrico. Raucedine, tosse cronica, necessità di schiarire la voce e sensazione di nodo alla gola possono essere associati a diverse condizioni, tra cui:

  • rinite e rinosinusite;
  • allergie respiratorie;
  • disturbi funzionali della voce;
  • ipersensibilità laringea;
  • tosse da altre cause respiratorie;
  • abitudini vocali scorrette;
  • altre patologie della laringe e della faringe.

In alcuni pazienti, inoltre, può persistere una sensibilità aumentata delle strutture laringee anche dopo che il reflusso è stato adeguatamente controllato. Se la causa principale della raucedine è un disturbo vocale, per esempio, la chirurgia antireflusso non correggerà direttamente il problema.

Per questo motivo, una valutazione otorinolaringoiatrica prima dell’intervento può contribuire a chiarire quali sintomi siano plausibilmente correlati al reflusso e quali richiedano un percorso diagnostico diverso.

5. Come si stabilisce se il reflusso gastroesofageo da cui è colpito un paziente è davvero il responsabile dei sintomi laringofaringei?

È uno dei passaggi più importanti dell’intero percorso. La diagnosi di reflusso gastroesofageo con comparsa di “sintomi extraesofagei” fatta dal gastroenterologo non dovrebbe basarsi esclusivamente sulla presenza di raucedine, tosse o sensazione di corpo estraneo in gola.

La valutazione può comprendere diversi elementi:

  1. valutazione otorinolaringoiatrica: permette di esaminare faringe e laringe, valutare le corde vocali e ricercare altre possibili cause dei sintomi attraverso una fibrolaringoscopia;
  2. gastroscopia: può identificare esofagite, stenosi, esofago di Barrett e altre alterazioni. Un risultato normale, tuttavia, non esclude necessariamente il reflusso;
  3. pH-metria e pH-impedenziometria esofagea: sono esami che possono documentare l’esposizione esofagea al reflusso e caratterizzare gli episodi acidi e, con l’impedenziometria, anche quelli non acidi;
  4. manometria esofagea ad alta risoluzione: valuta la motilità dell’esofago e la funzione degli sfinteri. È particolarmente importante nella valutazione preoperatoria, anche per escludere disturbi motori che potrebbero influenzare la scelta della procedura.

Gli accertamenti devono essere selezionati in base al quadro clinico. In un paziente con soli sintomi laringei e senza bruciore o rigurgito tipici, le linee guida raccomandano di considerare una valutazione oggettiva del reflusso prima di attribuire i sintomi al reflusso gastroesofageo e, soprattutto, prima di prendere in considerazione una procedura antireflusso.

6. Se i PPI e i farmaci per il reflusso non funzionano, è meglio operarsi?

Non necessariamente. La mancata risposta agli inibitori di pompa protonica (PPI), come omeprazolo, pantoprazolo o esomeprazolo, non dimostra automaticamente che il paziente abbia bisogno di un intervento.

Prima di considerare la chirurgia è necessario verificare:

  • se la diagnosi di reflusso gastroesofageo è corretta;
  • se il trattamento farmacologico è stato assunto correttamente;
  • se la terapia era appropriata per il quadro clinico;
  • se persiste un reflusso patologico documentabile;
  • se i sintomi sono realmente correlati agli episodi di reflusso;
  • se esistono altre condizioni che spiegano i disturbi.

Questo aspetto è particolarmente importante nel reflusso laringofaringeo.

Secondo l’American Gastroenterological Association, la mancata risposta alla terapia con PPI è un elemento che deve essere considerato attentamente prima di inviare il paziente alla chirurgia per sintomi extraesofagei, perché può predire una risposta meno favorevole anche all’intervento.

Ciò non significa che la chirurgia sia sempre esclusa nei pazienti che non rispondono ai farmaci, ma che la selezione deve essere particolarmente rigorosa. Prima di operarsi, bisogna capire perché la terapia non ha funzionato.

7. Quali sono i rischi e gli effetti indesiderati della chirurgia antireflusso?

Come ogni intervento, anche la chirurgia antireflusso presenta benefici potenziali e rischi che devono essere discussi con il chirurgo.

Dopo una fundoplicatio possono comparire:

  • difficoltà a deglutire, soprattutto nelle prime settimane;
  • gonfiore addominale;
  • maggiore difficoltà a eruttare;
  • difficoltà a vomitare;
  • sensazione di pienezza precoce;
  • persistenza o ricomparsa del reflusso;
  • necessità di ulteriori trattamenti o, in alcuni casi, di un nuovo intervento.

La frequenza e la gravità di questi effetti dipendono dalla procedura, dall’esperienza del centro, dalle caratteristiche del paziente e dal periodo di osservazione.

Anche il sistema di aumento magnetico dello sfintere può provocare disfagia e, in una minoranza di casi, richiedere la rimozione del dispositivo. Le procedure endoscopiche hanno caratteristiche e profili di rischio differenti e non sono intercambiabili con la chirurgia laparoscopica.

È quindi fondamentale discutere con il chirurgo non soltanto le probabilità di miglioramento, ma anche le possibili conseguenze sulla deglutizione, sull’eruttazione, sulla qualità della vita e sulla necessità di terapie successive.

8. Dopo l’intervento si possono sospendere definitivamente i gastroprotettori?

Non sempre. Uno degli obiettivi della chirurgia antireflusso può essere ridurre la necessità di assumere farmaci, ma non è possibile garantire che tutti i pazienti possano sospenderli definitivamente. Alcune persone riescono a interrompere la terapia e mantengono un buon controllo dei sintomi. Altre possono aver bisogno di riprendere i farmaci, per esempio se il reflusso persiste o ricompare nel tempo.

Inoltre, i sintomi laringofaringei possono non migliorare anche quando il controllo del reflusso gastroesofageo è soddisfacente. La decisione di ridurre o sospendere i PPI deve essere presa con il medico sulla base dell’indicazione originaria, dell’esito dell’intervento e dell’eventuale presenza di altre condizioni che richiedono una terapia continuativa.

Non è opportuno modificare autonomamente il trattamento prima o dopo l’intervento.

9. Quando la chirurgia è davvero indicata in un paziente con sospetto reflusso laringofaringeo?

La chirurgia può essere presa in considerazione quando esistono elementi solidi per ritenere che il reflusso gastroesofageo sia patologico e che contribuisca in modo significativo ai sintomi.

La valutazione può essere particolarmente favorevole quando sono presenti:

  • reflusso gastroesofageo documentato mediante accertamenti appropriati;
  • rigurgito persistente e fastidioso;
  • esofagite severa o altre complicanze del reflusso;
  • ernia iatale significativa;
  • sintomi tipici che rispondono alla terapia antireflusso;
  • caratteristiche anatomiche e funzionali compatibili con la procedura proposta.

Quando il disturbo principale è costituito da raucedine, tosse o globus, senza sintomi tipici del reflusso, è necessario essere più prudenti. Prima di considerare l’intervento, occorre valutare altre possibili cause e ottenere, quando indicato, una conferma oggettiva del reflusso gastroesofageo.

Il paziente deve inoltre comprendere che il controllo del reflusso e la risoluzione dei sintomi laringei non sono necessariamente la stessa cosa.

La decisione dovrebbe essere condivisa tra paziente, gastroenterologo e chirurgo esperto di chirurgia antireflusso, con il contributo dell’otorinolaringoiatra quando prevalgono i sintomi della gola e della voce.

10. Qual è il ruolo dell’otorinolaringoiatra prima e dopo un intervento per il reflusso?

L’otorinolaringoiatra può contribuire in modo importante alla valutazione dei pazienti che presentano sintomi laringofaringei prima o dopo un intervento antireflusso.

Prima dell’intervento, la valutazione può aiutare a:

  • esaminare laringe e corde vocali;
  • identificare patologie alternative;
  • documentare le condizioni iniziali della voce;
  • distinguere i sintomi compatibili con il reflusso da quelli che richiedono altri approfondimenti;
  • contribuire alla definizione delle aspettative realistiche del paziente.

Dopo l’intervento, può essere utile verificare se raucedine, tosse, sensazione di corpo estraneo o altri disturbi siano migliorati e se siano presenti alterazioni laringee persistenti.

Se i sintomi continuano, non bisogna concludere automaticamente che l’operazione sia fallita. Potrebbe essere necessario rivalutare la diagnosi iniziale, verificare l’effettivo controllo del reflusso e considerare altre cause. Una valutazione specialistica otorinolaringoiatrica può quindi essere utile per impostare un percorso appropriato, in collaborazione con il gastroenterologo e il chirurgo quando necessario.


Ricorda:

L’intervento chirurgico per il reflusso gastroesofageo può migliorare anche i sintomi del reflusso laringofaringeo, ma non garantisce la loro completa scomparsa. La chirurgia antireflusso, attraverso procedure come la fundoplicatio secondo Nissen o Toupet e, in pazienti selezionati, l’aumento magnetico dello sfintere esofageo, mira principalmente a ridurre la risalita del contenuto gastrico nell’esofago. Alcune procedure endoscopiche possono essere appropriate in situazioni specifiche.

Il miglioramento di raucedine, tosse cronica, sensazione di nodo alla gola e necessità di schiarire la voce dipende invece dal rapporto effettivo tra questi sintomi e il reflusso. Se sono presenti altre condizioni laringee, nasali, respiratorie o funzionali, l’intervento potrebbe non risolverle. Per questo motivo, la corretta selezione del paziente è più importante della scelta della tecnica chirurgica in sé.

Prima di proporre un intervento è necessario documentare il reflusso quando indicato, valutare la motilità esofagea, considerare l’eventuale presenza di un’ernia iatale e ricercare altre possibili cause dei sintomi. A Bari, così come in qualsiasi altro contesto clinico, il percorso più appropriato per chi soffre di disturbi persistenti della gola associati a sospetto reflusso è quello che integra competenze otorinolaringoiatriche, gastroenterologiche e chirurgiche.

L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente operare il reflusso, ma identificare la causa dei sintomi e scegliere il trattamento con la maggiore probabilità di offrire un beneficio reale al singolo paziente.

Ascolta il tuo medico. La miglior difesa per te e per la tua salute è lui: un medico di cui ti fidi.

 

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paolo petrone
L'autore

Il Dott. Paolo Petrone è un medico, specialista in otorinolaringoiatria e chirurgia di testa e collo. Docente universitario abilitato a Professore Associato di Otorinolaringoiatria e Audiologia e membro di diverse società medico-scientifiche di calibro nazionale e internazionale. È appassionato di tecnologia e utilizza con spirito critico le tecnologie dell’informazione per fare divulgazione scientifica e diffondere innovazione digitale.

Ha realizzato numerosi progetti tra cui, tra il 2017 e il 2019, una raccolta di quasi 20.000 firme che hanno contribuito alla stesura di un progetto di legge con successiva promulgazione in legge dello Stato (L. n.10 del 10/02/2020: “Norme in materia di disposizione del proprio corpo e dei tessuti post mortem a fini di studio, di formazione e di ricerca scientifica”).

Ha collaborato e collabora ad attività di ricerca commissionate da Enti Istituzionali italiani e stranieri ed è autore e co-autore di articoli scientifici di ricerca nel campo delle patologie otorinolaringoiatriche, di presentazioni a congressi scientifici italiani e stranieri e di testi divulgativi a contenuto scientifico.

Nel 2022 è stato autore della Relazione Ufficiale del 108° Congresso Nazionale della SIOeChCF – Società Italiana di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico-Facciale: “Otorhinolaryngologists’ role in the management of epidemic respiratory human infectious disease COVID-19″. La Relazione è stata pubblicata sulla rivista scientifica “Acta Otorhinolaryngologica Italica” (Journal Impact Factor: 2.618).

Riceve per appuntamento a Bari e Bitonto (Bari), ed esegue teleconsulti medici specialistici online.

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